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Postscriptum n°25 - La piccola borghesia priva di voce (La petite-bourgeoisie aphone)

Introduction

Nous publions cette page en italien, en priant d'avance les lecteurs de nous excuser pour la mauvaise qualité de la traduction...;-). La version française suivra...peut-être.

Preambolo

Quando si soffre ci si lamenta e spesso il lamento si muta in canto. Forse fra gli animali il lamento è un grido di soccorso invocante la madre. Ma fra gli umani spesso si tratta di un’ invocazione al proprio Dio affinchè veda le sofferenze della vittima e la soccorra.

Così facevano gli ebrei ricordando la cattività di Babilonia e così si possono interpretare i canti degli schiavi nelle piantagioni di cotone. Anche i contadini e gli operai hanno i loro canti, talvolta di lamento, tal’altra di rivolta per non parlare dei canti di gioia e di amore. Che lo si voglia o no il canto corale ha sempre un qualchè di celebrazione ed è una forma di incenso del popolo che sale verso l’alto e che si può supporre che anch’esso sia gradito agli Dei.

Quando la sofferenza supera certi limiti e la vittima è ridotta al rango il più bestiale il canto cessa così come si deve pensare che cessasse nell’universo concentrazionario. L’essere umano ha questo feroce privilegio di saper soffocare nei suoi simili la più piccola scintilla dell’animo e strappare alle sue vittime la dignità, la coscienza di sé e del proprio prossimo.

Ora si deve constatare che, mentre i contadini, gli operai, i soldati e pure gli schiavi hanno i loro canti, esiste una classe che si può considerare da questo punto di vista del tutto afona : si tratta della disprezzatissima, meschinissima, ripugnantissima e disgustosissima piccola borghesia.

Questa classe ha qualcosa di transitorio, come se i suoi membri non riconoscessero di appartenervi e che, comunque, cercassero, illusoriamente, di evadere verso altri lidi, più degni di rispetto e di dignità. I membri di questa classe, sempre meno mobili e sempre più inglobati all’interno di essa, e dunque definitivamente rappresentanti della loro classe, disconoscendo la loro posizione sociale o, quel che è peggio, disprezzando la loro classe di appartenenza, si rendono collettivamente vulnerabili. Cosicché rinunciando a una difesa collettiva, essi offrono comodamente alle classi superiori la possibilità di asservirli e schiavizzarli.

Si direbbe che il piccolo borghese ha la tendenza o bene a tradire gli interessi della propria classe o a precondizionarsi in tal maniera da facilitare nel prosieguo l’asservimento suo personale e dei propri compagni. In questo senso la mancanza del canto corale in questa classe è appunto un sintomo di questo precondizionamento. Come se i piccoli borghesi si predisponessero a vivere quella forma di abiezione che furono i campi di concentramento in cui, appunto, il canto corale si spense quasi del tutto.

Questo fatto, di pura osservazione, si é rivelato a noi in modo sorpendente alla lettura di un libro apparentemente estraneo alle vicende piccolo-borghesi : si tratta del libro scritto da Carlo Levi, Se questo é un uomo.

Prima di tornare al tema di questa pagina, vogliamo quindi soffermarci su questo bello e grande libro, sul quale ci permettiamo qualche commento, partendo però dal presupposto che chi ci legge lo conosca già per averlo letto. Nel caso contrario, viene bene raccomandarlo, come una di quelle opere “essenziali” citate nella bibliografia.

"Se questo è un uomo" di Carlo Levi

I campi di concentramento e di sterminio furono e restano l’esempio il più compiuto e il più tragico di una comunità di individui ridotta al rango di bestie, i cui aguzzini si proponevano di triturarne innanzitutto lo spirito ancor prima di decretarne la morte fisica.

Di questo sterminio il libro di Carlo Levi costituisce una relazione da un lato strettamente scientifica e da un altro lato un racconto di una rara drammaticità. Non si tratta di un’opera letteraria ma piuttosto di una testimonianza lasciata in eredità all’umanità, quale noi consideriamo, ad esempio, la "storia della colonna infame" del Manzoni.

Il libro descrive, con apparente distacco, questa discesa agli inferi dell’essere umano confrontato ad un universo di costrizione, di sofferenza e di barbarie. Questi morituri non cantano quasi più e riprendono il canto solo dopo esser stati liberati ; ma qui vien bene una parentesi.

Il gusto amaro della verità

Dopo la sua prima pubblicazione, il libro in questione penò a farsi strada e, dopo un decennio stentatissimo, improvvisamente ebbe un successo eclatante a livello mondiale. Per quali misteriose ragioni una riconoscenza cosi tardiva ?

Noi ci chiediamo se per caso l’apparente distacco dell’autore e la cruda e feroce verità riportata nel racconto non abbiano infastidito gli editori e i rari lettori in quei primi dieci anni. Eppure, a chi si avvicina alla lettura del libro senza pregiudizi, nessun racconto enfatico, nessuna descrizione piena di pathos potrebbero colpire l’animo con tanta forza quanto la tremenda verità che si sprigiona nel racconto. Questa strana idea che la verità nuda sia poco presentabile e che per di più venga associata ad una mancanza di sentimenti la si ritrova pure in altri scritti.

Tucidide fu definito da dei commentatori superficiali quale uno storico freddo e asettico. Basta leggere i capitoli della storia della Guerra del Peloponneso dedicati alla spedizione in Sicilia per convincersi che esiste mille volte più di drammaticità in questo scritto che in qualsiasi altro racconto che sforzandosi di esser volutamente drammatico, si allontanasse dalla cruda descrizione dei fatti. Bene inteso questa descrizione dei fatti non si limita ad un tentativo di "scaricare" la realtà in uno scritto, ma questa descrizione ha sempre un obbiettivo, un fine e pure, più o meno esplicitato, uno scopo morale. Tucidide se da un lato il suo scopo era, attenendosi alla stretta verità, descrivere appunto la guerra del Peloponneso, da un altro lato la sua opera costituiva un inno alla superiorità del regime democratico ateniese.

La verità ha un profumo ineguagliabile e, ritornando all’opera di Carlo Levi, bisogna pur riconoscerlo, questa trova appunto la sua forza in una descrizione, intrinsecamente drammatica, ma che ha l’aspetto di un rapporto scientifico portato avanti senza alcuna concessione per i carnefici, per i prigionieri ordinari, per i suoi compagni di sventura e per lui stesso.

Lo scopo dello scritto di Levi è appunto di "dimostrare" scientificamente che l’essere umano talvolta non si contenta di uccidere, ma vuole spesso umiliare, distruggere, torturare e ancor più annientare lo spirito delle vittime riducendole ad agire e pure a pensare, non come esseri umani, ma come animali. Noi non vogliamo dire che lo scritto di Levi sia perfetto e indicheremo almeno un punto del racconto nel quale si può reperire qualche imperfezione e in un altro punto Levi, scrupoloso fino all’estremo, arriva a descrivere dei fatti che, in una certa misura, potrebbero costituire un difetto nella dimostrazione del "teorema".

L’esame di chimica

In un passaggio del racconto Levi spiega come, nelle condizioni di avvilimento e di deperimento spirituale e fisico nel quale si trovava, gli viene imposto di dare un esame di chimica per entrare a far parte del Kommando chimico.

Forse, lo scienziato tedesco che l’ammise nel suo laboratorio non era così odioso come Levi lo descrive. Forse anche quest’uomo in quel terribile universo non faceva altro che recitare la sua parte, anche lui ridotto a bestia. Anche se Levi non ha dimostrato molta magnanimità nei confronti di quel tedesco, che doveva fare ? Rinunciare a scrivere quel che pensava in quel momento e forse anche nel seguito ? Non poteva, sotto pena di omettere qualcosa di significativo nella descrizione di quel universo.

Il canto di Ulisse

In un altro capitolo, Levi rammenta come, accompagnando il Pikolo del Komando chimico a prendere la zuppa, approfitta della lunghezza del percorso per recitargli con molti sforzi ed errori il canto della Divina Commedia che tratta dell’incontro di Dante con Ulisse.

Purtroppo per noi la Divina Commedia resta un libro chiuso e delle mirabili pagine che Levi dedica alla descrizione di un colloquio con il suo compagno su un canto della Divina Commedia, la comprensione da parte nostra dello scritto di Levi è molto povera. Noi stessi non abbiamo capito come, in questo nostro stato di ignoranza, il capitolo di Levi su questo soggetto, ci abbia fatto una così forte impressione.

Ma qui si entra in una chiara contraddizione : erano veramente ridotti a bestie Levi e i suoi compagni, essi che in quella circostanza sembrano elevarsi fino al punto di, si direbbe, dialogare col padreterno ? Noi non sappiamo rispondere altro che, pure in questo caso, Levi rispetta rigorosamente la realtà dei fatti, come risulta dalle testimonianze dei suoi compagni. E poi tutta questa chiacchierata di Levi non sarebbe forse considerata come qualcosa di una affliggente banalità ? Due o tre versi e poi silenzio, per perdita di memoria ; altri due versi e poi silenzio. E così via, ripetutamente. Si dice che con gli stessi caratteri e lo stesso numero di lettere, si può comporre una grande poesia oppure una lista della spesa, ma in questo caso, cosa ben più sorprendente, un intero dialogo e pure la sua descrizione, cambiando le circostanze, possono passare da qualcosa di inconcludente e banale a qualcosa di ben altra faccenda : il dialogo un canto sconvolgente, e il suo racconto un pezzo di alta letteratura.

Ma dove è finita la tesi del libro ? Il capitolo “Il canto di Ulisse” mette in scacco le tesi di Levi. Certamente Levi e Pikolo non sono, in questo caso, ridotti a bestie e non hanno certamente perso la loro umanità. Forse si tratta di un fatto eccezionale e "necessario". Forse lo si deve interpretare come l’ultima ribellione dell’anima prima della morte fisica e spirituale ; ricorda il grido dell’impiccato : "Compagni, io sono l’ultimo!" ("Ich bin der letzte"). Anche in quel caso, l’uomo, l’ultimo, non aveva perso la sua umanità. Occorreva l’eccezione per confermare che l’uomo riesce a spegnere l’anima del suo simile prima ancora di distruggerne il corpo

La sofferenza rende afoni ?

Ora, in tutto il libro di Carlo Levi il canto si fa raro e, a parte nel gruppo dei "temibili" ebrei greci di Salonicco, manca il canto corale. E se la musica vi trova posto è una musica orribile e maledetta quella che ritma la mattina e la sera la marcia lenta della miserabile schiera dei prigionieri che si avviano al lavoro e ne ritornano. Ma, leggenda ? Certi parlano di un inno, simile ad un atto di fede e di speranza, cantato dai prigionieri che si rendevano alle camere a gas : il Ani Ma’Amin.

Noi sospettiamo che si tratti sostanzialmente di una bella leggenda, simile a quella che vuole che i partigiani cantassero delle arie che mai si ascoltarono durante la guerra. Niente, ma proprio niente ci fa pensare che il clima nei campi della morte invitasse al canto. Nel libro I novecento giorni di Leningrado di Harrison E. Salsbury dedicato all’assedio di Leningrado, una testimone descrive il suo stupore quando, trovandosi fuori da Leningrado in una regione tutt’altro che ricca e prospera vide per la prima volta dopo tanto tempo razzolare degli animali domestici e sentì delle persone cantare, tutte cose inesistenti a Leningrado in quel periodo.

La poesia iniziale : un messaggio universale

"Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi commando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi ;
Ripetetele ai vostri figli
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi."

La poesia iniziale si divide in due parti : nella prima parte il poeta (e cioé Levi) si rivolge a coloro che, non avendo vissuto l’esperienza dei campi di sterminio, sono invitati a prender atto della tremenda verità : l’essere umano può gioire delle sofferenze che infligge alle sue vittime e può trasformarle in bestie. A noi pare che, già in questa prima parte, esista un testimone muto : Dio.

Nella seconda parte il poeta intima di credere alla verità di quanto afferma e a chi si rifiuta di accettare questa verità lancia una maledizione. Dio, muto nella prima parte, parla per la bocca di Levi nella seconda parte. La poesia si direbbe che abbia la struttura di un salmo, molto simile al salmo 137 (sui fiumi di Babilonia) di cui conosciamo bene la magnifica prima parte e molto meno bene ( l’occhio per occhio dente per dente) della seconda parte.

Noi crediamo che Levi intimi di credere rivolgendosi non solo a chi non ha provato sulla sua pelle la realtà dei campi di sterminio, ma pure a tutti gli esseri umani, carnefici e vittime compresi. Solo così, per la sua universalità, si può giustificare la solennità del messaggio ed era il caso che così fosse. E sull’opportunità di rivolgersi pure a chi ha sofferto direttamente o indirettamente della ferocia dell’uomo, non ci mancano gli esempi.

Quando le vittime di ieri diventano gli oppressori di domani

In Italia non si erano del tutto dissipati il fumo e la polvere sull’ultimo campo di battaglia delle guerre di indipendenza, che i dirigenti italiani incominciarono a darsi maledettamente da fare per impossessarsi di qualche terra africana, ottenuta la quale con i soliti metodi misti di acquisti, di imbrogli e di violenza, incominciarono a sottomettere e a giudicare e punire con morte e prigione i disgraziati capitati sotto il loro giogo. In quel periodo gli studenti italiani erano invitati a commuoversi per i martirii subiti dai patrioti italiani nella lotta contro lo straniero e, nel contempo, ad esaltarsi per le gesta dei conquistatori italiani in terra d’Africa.

Peggio fecero gli olandesi. All’epoca di Carlo Quinto e del suo successore Filippo secondo, gli olandesi, protestanti, subirono delle atroci persecuzioni da parte degli spagnoli e della Santa Inquisizione. Basti ricordare la strana pudicizia del braccio secolare che, per evitare la nudità femminile, possibile se si fosse usato il rogo, usava seppellire viventi le condannate, talvolta a testa in giù. I parenti delle condannate dovevano pagare il carnefice per ottenere che togliesse la vita alle vittime prima di seppellirle. Questi bravi olandesi non avevano ancora finito di battersi con i loro oppressori che presto detto e presto fatto misero piede in Indonesia dove crearono il peggiore e il più crudele impero coloniale dell’universo, come abbiamo scritto in altro capitolo.

Ancor peggio fecero gli eredi dei poveri di diverse chiese cristiane che per fuggire le persecuzioni dei loro carnefici emigrarono nell’America del nord. Da bravi pionieri occuparono sempre più spazio espandendosi rapidamente nella loro conquista dell’ovest. Purtroppo lo spazio non era vuoto, ma abitato da persone, i cosiddetti indiani, che i conquistatori consideravano più bestie che esseri umani, ma che in realtà potevano definirsi nel loro insieme come un grande popolo diviso in una moltitudine di tribù. Nientaffatto !! Si trattava per i pionieri di esseri perduti sulla faccia della terra, bestie nocive da sterminare senza esitazioni. "Un buon indiano è un indiano morto", così si diceva. Si trattò di un genocidio che si arrestò solo quando la "materia prima" cominciò a mancare, e allora l’opinione pubblica si risvegliò da un lunghissimo sonno e la carneficina cessò.

Semplici casi senza interesse o fenomeni inevitabili ? Qui lo spirito si perde perché, in taluni di questi casi e particolarmente per quel che concerne i pionieri americani, noi siamo portati ad ammirare l’industriosità, la religiosità, la volontà di rispettare delle regole morali praticata da queste persone, e ad indignarci di fronte al loro odioso comportamento verso degli esseri a cui essi negavano ogni diritto.

Ma Dio è come ce lo figuriamo noi oppure segue regole a noi sconosciute senza curarsi di come cerchiamo di imporgli una morale di nostra invenzione ?

In tutti i casi per noi fece bene Carlo Levi a voler imporre a noi tutti l’accettazione della verità. Al di fuori di questa verità accettata non c’è che barbarie.

Ci siamo chiesti se sia una regola che chi ha sofferto diventi a sua volta generatore di sofferenze, ma fortunatamente abbiamo trovato un eccellente esempio contrario, senza escluderne altri... In Sudafrica Mandela, dallo stato di perseguitato (per decenni !) e ben conscio delle umiliazioni inflitte ai suoi cittadini neri, assurto al potere trovò il modo, con una serie di prese di posizione eclatanti, di tendere la mano ai suoi concittadini bianchi.

Ci si dirà che era suo interesse fare quel che fece. Come se fosse vergognoso fare il proprio interesse rispettando dei principi morali. Ben venga allora l’interesse !!!! E se poi si scoprisse che, in più d’un caso, se dei gruppi di esseri umani avessero rinunciato a tormentare altri gruppi, avrebbero forse fatto pure il loro interesse, magari non subito, ma col passare del tempo? Chi sa ?...

La piccola borghesia : una classe preparata a soffrire

Tornando ora a Bomba, e riprendendo il discorso della piccola borghesia, si puo osservare che questa classe si è strutturata nei secoli in tal maniera che per essa il canto corale celebrante la propria condizione non può concepirsi.

Basta immaginare le reazioni di chi ci leggerà: ma che cacchio dicono questi ? Che vuoi dire dei piccoli borghesi in una canzone ? Che voi canta’ ? Che si vanno a prenne due rosette e tre etti di prosciutto alla Pam ? Ma va ? Forse di un maiale che va al maccello, si che si puo fa na canzone, ma dei borghesi...ragazzi...!

Ed é giustissimo e illutrativo il giudizio, in quanto questa classe, lavoratrice, istruita, di buona cultura, agisce veramente, per quel che concerne il canto, in una maniera che si potrebbe definire inferiore : si direbbe che si tratta di una classe senza identità e senza anima, tutta pronta per essere sfruttata e per finire sacrificata senza che da essa salga il più flebile lamento.

Con questo non vogliamo dire che il piccolo borghese non canta del tutto : canta, canta e come ! Perché comunque, nonostante, la volontà ferrea delle "élites" di tenerlo al rango di bestia, il povero piccolo borghese (si vede che poverino ha un qualche cosa di umano...), il piccolo borghese ha bisogno anche lui di musicalità (ma va...). E cosi’ prende quel che gli viene dato e cioé canti mutidimensionali applicabili a chiunque con temi trasversali (perche la standardizzazione agevola anche le vendite) che vanno dall’amore alla rabbia, e dalla rabbia all’amore. Gli stili musicali invece vengono adattati all’étà : romanze degli anni trenta, classica, moderna, elekro, pop, folk, tecno, rap e che so io.

Con a volte – bisogna riconoscerlo – effetti comici: carino per esempio quel piccolo borghesino francese di sinistra (si fa cosi per dire...) che sostiene che il decassillabo "Nique la France et nique ta mère, euh, euh, euh..." (NB : senza le "euh", rimaniamo a 3 piedi e l’armonia non viene bene) va difeso per proteggere la "libertà d’espressione" (sic) e di creatività di un artista (risic).

E quindi, si che canta il borghesino... anche quando viene onorato con un sputo in faccia a lui e a sua madre.

Il futuro ci dirà se la piccola borghesia continuerà a lasciarsi sfruttare senza un lamento, ma è certo che questa classe è la sola che potrebbe opporsi alla finanza criminale e che se non saprà difendersi trascinerà nella sua caduta anche le altre classi popolari.

Ci vien da pensare che se la piccola borghesia si comporta così irrazionalmente e se, in decine di casi, delle intere generazioni si son perse dietro a delle reali allucinazioni collettive, forse ciò è dovuto al fatto che gli esseri umani non possono agire razionalmente come a noi farebbe piacere. In un altro campo al grido di "Dio lo vuole !" ai nostri tempi si è sostituito o addirittura aggiunto il grido di "il profitto lo vuole!".

E se a qualcuno di noi si chiedesse come concepire una umanità in cui il profitto non fosse un imperativo quale esso è considerato attualmente, o non si saprebbe che dire o si sarebbe spinti a fornire degli argomenti insoddisfacenti.

Forse or sono alcuni secoli il lavoro servile era considerato una imprescindibile necessità come lo è oggi il profitto ; per cui se pure noi si possa ricostruire storicamente la successione degli eventi, non siamo completamente in grado di situare questi eventi nel loro contesto storico, dato che i punti di vista sono cambiati.

Si tratta di qualcosa di molto più profondo di un semplice cambiamento dei costumi o della morale ma della impossibilità per noi di concepire una realtà diversa da quella che viviamo, il che ci impedisce, secondo noi, di comprendere pienamente quei passati avvenimenti. Come se la realtà stessa, come noi la concepiamo, avesse in se qualcosa di relativo.

Il giornalista italiano Franco Bandini, acuto osservatore, termina il suo libro Il Piave mormorava, con delle parole che ci pare vadano nel senso, non delle nostre prese di posizione, ma dei nostri dubbi. Scrivendo dell’errore commesso a Versailles, nel corso della conferenza della pace post prima guerra mondiale, umiliando la Germania, il nostro autore aggiunge : "Ma nessuno parve poter far nulla. Vi è qualcosa negli errori commessi dall’umanità, che induce a ritenere che essi siano necessari, per qualche misterioso disegno."

Ancora una volta ci sorge il dubbio che, posto che esista un essere supremo, interpretarne il pensiero e le sue volontà sia del tutto impossibile. Questa "impossibilità", se interpretata semplicisticamente giustificherebbe l’inerzia, il caos, la barbarie e la morte. Gli esseri umani vogliono vivere e per questo si fissano una maniera di agire e degli obbiettivi che non dipendono da un ragionamento ma dalla loro stessa natura : esistere e perpetuarsi.

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